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Toth ed il suo Libro Segreto contenente un’antichissima sapienza sono ancora un mistero tutto da svelare dell’antico Egitto.


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LA SINDROME DI TOTH
di Vittorio Di Cesare


Uscendo dalla strada principale di Mallawi, un piccolo paese dell’Alto Egitto, ad otto chilometri e mezzo s’incontra il villaggio di El-Ashmunein, l’antichissimo centro sacro di Khmunu, la capitale del XV Nomo egizio, l’Hermopolis dei Greci. Si è già nel deserto e la sabbia avviluppa i pochi resti dei monumenti sopravvissuti come una coltre spessa dominata dai contrafforti rocciosi dello Gebel. Un tempo l’acqua incanalata dal vicino Nilo teneva a bada l’aridità e boschetti di alberi di tamerici e palme ombreggiavano questo importante centro dedicato al dio-luna Toth, il Guaritore, lo Scriba degli Dei, l’inventore della scrittura, della matematica e del calendario, il più Saggio tra le divinità egizie creatrici.

Toth aveva fama di guaritore poiché aveva curato gli dei Horo e Seth dopo il loro combattimento nel quale si erano letteralmente fatti a pezzi. I Testi delle Piramidi raccontano che la contesa avvenne proprio ad Hermopoli, dove l’Egitto fu spartito tra le due divinità sotto il giudizio di Toth. Per questo motivo la città divenne un importante centro culturale e religioso del dio-luna dal volto di ibis o di scimmia, raffigurato anche in una delle quattro coppie dell’Ogdoade. I

l nome della città Khmunu significava, infatti, la città degli Otto, il luogo dove il sole, si diceva, era sorto per la prima volta e dove il creato aveva preso avvio.

Quale scriba degli dei Toth segnava il nome di ogni nuovo faraone sulle foglie di un albero sacro che cresceva dentro vasche circolari in mattoni nella “pianura delle tamerici”.

Mura spesse quindici metri delimitavano il tempio all’interno del quale c’erano due grandi statue del dio Toth sotto forma di babbuino, un animale la cui espressione umana ricorda lo stato primordiale dell’uomo agli albori della sua evoluzione, prima in altre parole che una scintilla divina lo trasformasse.

Toth era ritenuto così importante che il faraone Amenofi III fece incidere su queste statue il suo cartiglio reale quasi a porre l’accento che il dio gli apparteneva di diritto conferendo al sovrano gli stessi attributi divini di saggezza e sapienza infiniti.

Stranamente, più degli altri dei, Toth fu blandito ed eletto protettore dell’umanità sofferente, continuando insomma ad esercitare una sottile influenza anche quando l’importanza delle altre divinità egizie furono eclissate dall’Ellenismo e poi dal Cristianesimo.

In epoca copta la figura di Toth fu trasformata in un temibile mago, ed infine nell’”Ermete Trimegisto” della tradizione esoterica alessandrina.

LA CASA DELLA VITA

Ad El-Ashmunein del tempio di Toth oggi non resta nulla. Le sue pietre furono utilizzate per far calce ed i monumenti abbattuti e dispersi. Restano quindi poche rovine spazzate dal vento e arroventate dal sole. Da qualche parte sotto la sabbia potrebbe nascondersi però la stanza segreta che un tempo conteneva la celebre biblioteca del santuario.

La tradizione egizia sosteneva, infatti, che il dio dal volto d’ibis, inventore dei geroglifici, aveva compilato un libro contenente la base di ogni sapere: il mitico e potente “Libro di Toth”. È evidente che questo libro andava custodito gelosamente.

Il papiro di Toth, come tutti i papiri egizi importanti, era conservato nella biblioteca segreta del tempio di Hermopolis, ovvero nella “Casa della Vita ” (in egizio “Per-ankh”).

Ogni tempio, da Karnak a Luxor ad Abydo, possedeva una simile biblioteca di libri sacri. Nel Tempio di Edfu, nell’Alto Egitto, costruito tra il 237 e il 57 a.C. in onore del dio Horus, si può ancora visitare una di queste “Sale dei Libri”. In una nicchia-biblioteca sono ancora visibili i geroglifici che indicano i nomi di 37 libri sacri oggi perduti. Erano opere che servivano a respingere le forze del male, i demoni, i rettili ed i leoni, e lo si capisce dagli stessi titoli, quali “Conduzione del Tempio”, il “Libro del Malocchio” e quello del “Ritorno periodico del Sole”. C’era anche una specie di atlante geografico per conoscere ogni luogo della Terra. Insomma, tutta la conoscenza di Toth era distillata in quel documento che nel 200 d.C. l’imperatore Settimio Severo ordinò di racchiudere nella tomba di Alessandro Magno. Fu una decisione strana che si potrebbe spiegare con la capacità di questo papiro di combinare guai: cosa di cui esiste un’abbondante documentazione.

Il “Papiro Westcar”, un manoscritto redatto tra la XVI o XVII dinastia, trovato da Miss Westcar, l’inglese che lo portò dall’Egitto, racconta della ricerca condotta da Cheope per trovare “qualcosa” appartenuto al tempio di Toth ed del suo duplice aspetto che, come recita una enigmatica formula del papiro Westcar (la 733), lo definisce come un “serpente notturno che attacca la notte”.

Toth, in effetti, era figlio di Aner, nome che in egizio significa pietra, e come tale definito come una entità “malvagia”, “venuta dalla divinità” caduta sulla Terra. Quale significato nascondono mai queste parole?

Perché, ad un certo punto della storia egiziana, Toth è citato come colui che possiede i segreti della “Tavola di Smeraldo”? Il misterioso libro era inciso sulla pietra?

Di certo la pericolosità del Libro di Toth era nota nell’antichità, tant’è vero che in un papiro tradotto a Parigi nel 1868, si narra di una congiura di corte terminata con la distruzione di quello stesso Libro che era servito ad ispirarla.

Con l’aiuto delle sue formule magiche alcuni cortigiani cospirarono contro il faraone il quale, scampato miracolosamente al pericolo, dette ordine di giustiziare i ribelli e di bruciare ogni copia di quell’esecrato testo per evitare che altri tentassero di usarne la magia.

La stele di Metternich ricorda invece come fu lo stesso Toth a distruggere il suo papiro ritenendolo pericoloso.

LA STORIA DI SETNE

Un’altra citazione del Libro di Toth è riportata in un papiro rinvenuto nel 1864 a Deir el Medina, in Egitto, durante uno scavo archeologico. Nella tomba di un monaco copto vi erano dei manoscritti di epoca egizia conservati in un cofano di legno.

Probabilmente i confratelli del morto, ritenendo quei papiri pericolosi per la fede, li avevano sepolti con il loro proprietario, l’unico capace di leggerne il contenuto.

Il papiro, conservato oggi nel Museo del Cairo, racconta la storia di un altro papiro in cui si narra la storia di Setne, figlio del faraone Ramsete II, collezionista di testi antichi, il quale per entrare in possesso del Libro di Toth lo rubò da una tomba di Menfi attirando su di sé una terribile maledizione.

“Setne – diceva il manoscritto – trovò una pietra che subito alzò, e che nascondeva l’entrata della tomba. La tomba splendeva della luce che usciva dal libro e là stava il mago Naneferptah con sua moglie Ihuret e suo figlio, perché il loro Doppio era con lui grazie al potere del libro di Toth. (…) Il libro di cui ti parlo é in mezzo alle acque di Copto, dentro uno scrigno di ferro; lo scrigno di ferro é dentro uno scrigno di rame e lo scrigno di rame é dentro uno scrigno di legno (…) Ma tutto intorno agli scrigni per dodicimila cubiti vi sono serpenti, scorpioni e rettili d’ogni specie, compreso un serpente di eternità arrotolato intorno agli scrigni.”

Setne prese in mano quel libro e vi lesse un incantesimo per “…incantare il Cielo, la Terra, l’Oltretomba, i monti e i mari, e seppi tutto quello che dicevano gli uccelli del cielo e i pesci del mare e le bestie delle montagne”.

Purtroppo una maledizione terribile colpì tutta la famiglia dell’incauto stregone. Si cercò di rimediare rimettendo nella tomba il libro ma Setne, tredici suoi fratelli e molti altri parenti morirono uccisi dagli spiriti. Sopravvisse Merenptah che ereditò il regno.

LA RICERCA CONTINUA

Il culto di Toth si diffuse in tutto il Mediterraneo, specie nella vicina Cartagine fenicia. Qui, nel tempio sulla collina di Byrsa, dov’è oggi il Museo del Bardo, fu costruito un tempio al dio lunare Eshmoun, equivalente di Toth, a sua volta protettore della cultura e dell’intelletto.

Il tempio sorgeva poco distante dal porto, costruito, a detta di qualcuno, rispecchiando le proporzioni della mitica Atlantide, protetta, come il tempio egizio di Hermopolis, da una cinta muraria più interna rispetto a quella che circondava Cartagine. Anche qui, nelle cripte segrete del tempio, erano depositati migliaia di rotoli sacri scritti dalla stessa mano di Thoth che aveva insegnato agli uomini a “…calcolare il tempo, gli anni ed i segreti della magia”.

I fondatori di Cartagine fecero copie dei papiri di Thoth, più tardi diventato Ermete Trimegisto, il “tre volte grande “, in quanto col tempo il suo culto si diffuse nelle più importanti città del Mediterraneo.

La biblioteca di Eshmoun a Cartagine era paragonabile a quella di Alessandria, di Pergamo, di Siracusa, di Atene, città che con i loro traffici marittimi diffusero in tutto il mondo antico culto e cultura di questa divinità.

La speranza di trovare il Libro di Toth, o una delle sue copie, viaggia ancora nel tempo. Promettendo insegnamenti, iniziazioni, apocalissi, come tutti i libri misteriosi continua a suggestionare gli uomini in ogni tempo.

L’importanza di questo testo doveva essere davvero grande, tanto che i Berberi pretendevano da Roma i Libri Punici, già contenuti nel tempio di Baal Ammone a Cartagine (Libro di Toth compreso), in cambio dell’aiuto per sconfiggere la potenza africana.

C’è poi chi si domanda perché Cleopatra richiedesse insistentemente a Pergamo alcuni misteriosi papiri per sostituirli a quelli perduti nell’incendio della Biblioteca di Alessandria.

Ci si arrovella ancora, infine, per capire che cos’era il libro di Juba II, sovrano della Mauritania nonché geografo e naturalista citato più volte da Plinio il Vecchio, nel quale erano scritte occulte rivelazioni tratte da quel misterioso quanto antichissimo testo contenente le conoscenze geografiche del mondo antico, inclusa la posizione di Atlantide…

Relazione presentata al 2 Simposio Mondiale sulle origini ignote della civiltà e gli anacronismi storico-archeologici

S. Marino, 22-23 Settembre 2001


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HORUS, il grande dio “amato dal Cielo”, il “prediletto del Sole, la progenie degli dei, il conquistatore del mondo”.

HORUS (Egiz.)

Ultimo nella linea dei Sovrani divini di Egitto che è considerato figlio di Osiride ed Iside. È il grande dio “amato dal Cielo”, il “prediletto del Sole, la progenie degli dei, il conquistatore del mondo”.

Al momento del Solstizio Invernale (il nostro Natale), la sua immagine, sotto forma di piccolo neonato, era portata fuori dal santuario per essere adorata dalle masse in preghiera.

Poiché egli è l’immagine della volta del cielo, si dice che provenga da Maem Misi, il luogo sacro del parto (la vulva del Mondo), ed è, quindi, il “mistico Bimbo dell’Arca”, o argha, quest’ultima simbolo della matrice od utero. Cosmicamente è il Sole Invernale.

Un papiro lo descrive come della “sostanza di suo padre” Osiride, di cui è una incarnazione ed al quale è identico.

Horus è una divinità casta: “Come Apollo, non ha amori. Nel mondo inferiore, il suo ruolo è connesso col Giudizio. Egli introduce le anime alla presenza di suo padre, il Giudice” (Bonwick).

Un antico inno dice “Da lui viene giudicato il mondo per quello che contiene. Il cielo e la terra sono governati dalla sua immediata presenza.Ha potere su tutti gli esseri umani. Si muove secondo i propri propositi. Produce grande abbondanza e la dispensa su tutta la terra. Tutti adorano la sua bellezza. Dolce è il suo amore in noi”.

Estratto da Terzo occhio

L’occhio di Horus, il dio Thot e la musica


Nell’antica civiltà egizia era di particolare rilievo il mito della creazione del mondo. Un mito nel quale la musica è protagonista in qualità di creatrice, non del mondo in assoluto, ma come di uno dei possibili modelli.

Fra i simboli fondamentali dell’antico Egitto c’è l’udjat (anche chiamato occhio di Ra), una parola che significa occhio di suono.

Il mito narra che Seth (dio del male), strappa un occhio a Horus (il dio falco), il quale, privato del suo organo essenziale, cade a pezzi. Thot (dio della sapienza), vuole ricostruire il corpo di Horus per ridargli la vita, quando si accorge della mancanza dell’occhio, senza il quale l’opera rimarrebbe incompiuta. Nel cercarlo viene colpito da una musica misteriosa, che lo riporta fino alla parte ultima del corpo di Horus. Thot si accorge che la musica proviene dall’occhio, o meglio, l’occhio era la fonte di tutta la musica esistente.

In altri termini, si comprende che, per gli antichi egizi, tutta la realtà era effettivamente vivente e che la musica ne era l’essenza intima: il substrato.

Quando essa si trova nel suo luogo “naturale”, ovvero intrinseca nelle cose, non può essere udita, proprio perché essa è là dove deve essere e ne rispecchia l’armonia assoluta. Per tale motivo la musica-suono, come si sente nel reale, rappresenta trauma, disordine o addirittura morte, proprio perché essa viene sottratta dall’organismo vivente per essere diffusa nel mondo.

In conseguenza di ciò, la musica veniva utilizzata nei riti funebri come un richiamo alla vita, come tentativo di ricordare ai presenti l’esistenza del piano spirituale.

L’essere vivente, in conclusione, è la parte visibile, la rappresentazione materiale del suono stesso.

E come avrebbe avuto origine il mondo, secondo l’antico Egitto?

Probabilmente dalla Parola, ovvero, dalla musica. Gli egizi si riferivano ad un grido, ad una risata articolata su 7 note musicali crescenti, appartenenti al dio Thot. Da questi scoppi di risa nascono 7 realtà divinizzate (quali la terra, il destino, il giorno, la notte ecc…).

Il numero 7 è un modello simbolico e mistico di perfezione e il suo utilizzo veniva praticato sia nelle arti musicali, sia in astronomia, che in alchimia e nei calendari.

Infine, chi avrebbe creato Thot, creatore del mondo?

Sempre secondo la mitologia egizia, egli si sarebbe autocreato, per cui la musica creerebbe se stessa. Infatti, essendo gli uomini e il mondo, immagine della musica, e fatti di musica stessa, ogni qual volta l’essere umano compone musica sulla terra, essi imitano la divinità riproponendo all’infinito l’atto della creazione.

Leggi l’articolo su Voci di Piante.it

L’occhio di Horus, il falco che vola più in alto di tutti gli uccelli, è – oltre che simbolo del risveglio e della risalita – anche segno e sinonimo di fierezza, di intemeratezza.

L’iniziato, introdotto nell’Insegnamento, è colui che penetra nei misteri del centro (iniziatico) di Ermopolis; egli ora ha la consacrazione datagli dalla conoscenza (Thot ha posato il suo suggello sul mio capo); egli è il cavaliere che ha conquistato il Graal, è l’alchimista che ha compiuto l’Opera.

Questo Graal conquistato, questa Opera alchemica compiuta, questa Conoscenza e risveglio ottenuti sono chiamati “occhio di Horus”, essendo Horus, come sappiamo, il dio della testa di falco, figlio di Osiride che ha vendicato il padre, uccidendo Seth (che aveva ucciso Osiride, facendone a pezzi il corpo e spargendo questi pezzi nel mondo, simbolo questo, a sua volta, nella molteplicità delle cose del mondo materiale) e così ha riconquistato il trono paterno, lo stato di Uno. Quindi l‘occhio di Horus, il falco che vola più in alto di tutti gli uccelli, è – oltre che simbolo del risveglio e della risalita – anche segno e sinonimo di fierezza, di intemeratezza.

Così è l’Iniziato. Questo suo stato acquisito, questa sua conoscenza lo proteggono possenti (perché lui ora “sa”), nulla può essergli fatto, niente lo può toccare: né le sofferenze del corpo (perchè egli sa che il corpo non è lui, lui è altro, è spirito), né le traversie della vita (perchè egli sa che ciò che lo attornia è illusione,è transeunte, è maya), né la morte (perché egli sa che questa è solo passaggio ad altro stato di coscienza e che egli, come spirito, è immortale). Quale protezione, quale corazza mi-gliore possono esservi!

Dunque, questo “occhio di Horus liberato” è quello stesso che splende sulla fronte di Ra, il re degli dei. La conoscenza dell’Iniziato è infatti, in ultima analisi, la Coscienza universale del Tutto; essa (con essa egli) trascende il dualismo e si identifica, si immedesima nel Tutto.

Come si vede, sono sempre gli stessi concetti che si ripetono nei diversi insegnamenti segreti; e anche il Libro dei morti egizi, naturalmente con le sue parole, con i suoi miti, con la sua veste culturale dice le stesse cose: come Realtà suprema esiste solo la coscienza dell’Essere, l’Uno ed a questo si deve tendere, superando l’illusione della molteplicità e l’attaccamento all’individualismo e alla propria vita separata. Cioè, “uccidendo Seth”.

Conscio di questo l’Iniziato, con questa “conoscenza” (che nel defunto diviene chiarità interiore, splendore lunare, lo splendore di Thot, disco lunare – esulta e grida: “Io sono Osiride, sono spirito come è spirito la divinità; risiedo nell’Amenti, nel campo dei beati, nell’eterna esistenza del Tutto cosciente; e se non esistessi io spirito risvegliato, se non esistessi . se non esistessero gli uomini risvegliati – non esisterebbe neanche Osiride (lo spirito che, ucciso e gettato nella molteplicità, ha conosciuto l’ora nefasta).

Perciò io Spirito sono Râ; io stesso spirito sono nel Tutto, sono nell’Uno e non perirò per l’eternità, perchè la Coscienza Universale, di cui sono parte. esisterà sempre”.

Quindi, al culmine dell’esaltazione per questa consapevolezza e chiarità sulla questa propria regalità, l’Iniziato si rivolge a se stesso – al proprio spirito – e si dice: “Alzati dunque, mostrati in tutta la tua grandezza o Horus risuscitato, o uomo rinato con il battesimo della conoscenza. Gli stessi dei – le divinità che hanno perso quell’Uno che tu hai ritrovato – hanno riconosciuto i tuoi attributi regali, la tua qualità e il tuo diritto di figlio del Re”.

Estratto da ricercapsichica

L’occhio della Fenice – Umberto Capotummino

Nel Libro dei Morti degli antichi Egizi, l’Occhio della Fenice è il simbolo della congiunzione del sole con la luna all’interno delle rivoluzioni lunisolari alle quali gli antichi sacerdoti consacravano il magico uccello. Splendente sull’asse del Polo, associata alle piene del Nilo, la Fenice evoca i cicli della rinascita e l’immortalità dello spirito.

Il segreto del suo potere sta nella facoltà d’illuminare il ritorno degli astri sulle loro orbite, al levarsi della stella Sothis (Sirio), sulle acque del Nilo con l’aurora solare. Il dono del suo occhio conferisce, a chi ne conosca il segreto, la visione del destino futuro. Nell’esoterismo cinese, la Fenice è chiamata Fenghuang, il suo nome implica l’unione dell’uccello maschio, feng, con l’uccello femmina, huang; essa splende sull’antico polo celeste o, posata sull’albero Wutong, è coordinata in terra alle fioriture stagionali.

I due mondi, cinese ed egizio, teorizzano entrambi un circuito del cuore, nel quale i cicli di rinnovamento dei cieli si fondono con il destino dell’iniziato che sa decifrarne la pulsazione, intesa come numero, le cui potenze sono depositate nei segreti di più tradizioni orientali, esaminate nel presente testo.

Nella tradizione cinese, la fenice egizia è chiamata Fenghuang, nome che implica l’unione dell’uccello maschio, feng, con il corrispettivo femminile, huang. La sua metamorfosi dipende dal fuoco ed è collegata al ritorno periodico degli equinozi e dei solstizi, sugli assi portanti del cosmo, nei modelli numerologici dell’I-Ching o Libro dei mutamenti. I due mondi -quello cinese e quello egizio – per dirla con Capotummino. Decifrato l’ordinamento degli esagrammi tramandato nel Libro dei mutamenti dal re Wenn, le potenze del numero sono presentate in una sequenza elaborata al computer e che è in grado di fornire ai lettori più consapevoli l’accesso all’ordine delle formule del Libro dei morti degli Antichi Egizi ed alla relativa rubrica divinatoria. Questa iniziazione – conclude Capotummino – offre la concreta possibilità di attivare un “positivo schiudersi di forze a chi voglia rinnovare il proprio o altrui destino”. In ultima analisi in ogni essere umano esiste una fenice che può ridestarsi ed innalzarlo rendendolo eguale agli Dei nella propria radianza personale.

Leggi su Umberto Capotummino

La protezione di Horus

“La protezione di Horus è colui che è nel suo disco ( Ra) che illumina la terra con i suoi Due Occhi.

La protezione di Horus è il Leone della Notte che viaggia nella Montagna di Manu (l’Occidente).

La protezione di Horus è la Grande Anima Nascosta che circola nei suoi Due Occhi.

La protezione di Horus è il Grande Falco che attraversa volando il Cielo ,la Terra, l’Aldilà.

La protezione di Horus è lo Scarabeo Sacro, il Grande Disco Alato che è nel Cielo.

La protezione di Horus è l’Aldilà, il paese dove i visi sono rivolti indietro, dove le cose sono invisibili.

La protezione di Horus è la Divina Fenice che risiede nei suoi Occhi”

Si evince da questo dettatoche “i visi rivolti all’indietro” qualificano una direzione retrograda pertinente un moto di ritorno di Osiride a quel Primo Tempo che fonda l’origine del Cosmo, cui rispondeva la tradizione orale della morte di Osiride associata alla mancata apparizione della costellazione di Orione all’orizzonte a causa del movimento celeste dovuto alla precessione degli equinozi che interagisce con il piano dell’eclittica.

Comprendiamo quindi chi fosse quel dio “nascosto nelle braccia del sole” evocato nella celebrazione dei Due Occhi di Horus, come riferisce Plutarco: “Negli inni sacri di Osiride viene invocato – colui che sta nascosto nelle braccia del sole – e il trenta del mese di Epifisi (27 maggio – 26 giugno, quindi al solstizio) si festeggia la nascita degli Occhi di Horus: in questo giorno, infatti, anche la luna e il sole si trovano sulla stessa retta, e per gli egiziani non solo la luna ma anche il sole sono Occhio e luce di Horus” (Iside e Osiride 52). Il segreto di queste attribuzioni si fa esplicito nella Stele di Metternich: una “Grande Anima Nascosta” si sottende e circola all’interno dei periodi lunisolari rappresentati dai “Due Occhi di Horo”. Essa, attraverso la palingenesi delle forze celesti nel periplo retrogrado, si manifesta prima come “Falco”, poi come “Scarabeo”, infine si codifica come “Divina Fenice” che “risiede” nei Due Occhi di Horus. Il lascito di questa tradizione simbolica è attestato da Orapollo, che così si esprime: “La Fenice è simbolo del sole e nulla nell’universo è più grande di esso; il sole infatti sovrasta e scruta ogni cosa ed è per questo che viene chiamato dai molti occhi” (I Geroglifici I, 34), come interpretato da Sbordone, che riporta una grafia tarda del nome di Osiride costituita da un Occhio e da uno Scettro.

Da qui l’Occhio della Fenice inteso come illuminazione consapevole di Osiride che rinascendo incarna il rinnovamento dei cicli celesti. Parimenti Orapollo attesta: “Gli Egiziani quando vogliono simboleggiare il grande rinnovamento ciclico degli astri, raffigurano una Fenice” (I geroglifici II, 57).

Concludiamo col rilevare la dichiarazione di Osiride risorto, resa alla Formula 64 del Libro dei Morti egizio, coerentemente con la metafora numerologica – iniziatica esposta: “Io sono Ieri e conosco il Domani” e ricordo che il Duplice Leone ha i nomi in codice di “Ieri e Domani” nella funzione di preposto alle rinascite del Sole- Osiride, tema illustrato in un sarcofago del Museo del Cairo.

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Umberto Capotummino

Corona Atef: costituita da un insieme di piume di struzzo che sostengono l’emblema di un sole centrale

– Tratto dal libro “L’occhio della Fenice” di Umberto Capotummino – Sekhem Editore

Thot -nella religione degli antichi egizi, l’ibis, il dio della Luna, una delle divinità più sagg

Gli antichi egizi erano molto bravi e già sapevano organizzarsi in archivi storici per i loro manoscritti come facciamo oggi con i libri e, questo, ha facilitato gli storici a ricostruire la loro storia.

Quindi quella che si conosce è certamente fede alla conoscenza veritiera. In questi manoscritti ci sarebbero anche i libri di Thot, detti anche “i libri della conoscenza nascosta”.

Questi libri non sono mai stati ritrovati. Non si sa chi li ha scritti e non ne si conoscono nemmeno i contenuti. Al mondo solo 2 persone sanno ( o meglio, sapevano ) di questi scritti. Mi riferisco a William Petrie e Ora Kinnaman, due massoni. Dissero che l’umanità non era ancora preparata per queste cose e così decisero di non dire niente ( a parte Kinnaman che, prima della morte, accennò ad una porta segreta ).

In sostanza, i libri di Thot contengono conoscenze segrete, ma chi sa quali siano. Considerato l’inventore della scrittura e il custode dei segreti dei movimenti del cielo, secondo l’antica tradizione Egizia a Thot venivano attribuiti vari significati tra cui il più famoso è “Thot, Tre Volte Grande”, da cui deriva il nome in greco del dio stesso, Ermete Trismegisto. Figlio di Ra, di cui era anche consigliere, era il dio della Luna, della sapienza, della scrittura, della magia, della misura del tempo e della matematica e geometria.

Gli Egizi, che lo raffiguravano con la testa di Ibis, il cui becco somiglia a una Luna crescente, gli attribuivano anche la creazione del calendario di 365 giorni. Il mistero che lo circonda è dovuto, soprattutto, ai libri che avrebbe scritto e nascosto, un vero mistero.

L’intento degli antichi sarebbe stato quello di trasmettere ai posteri il modo per calcolare la fine di ogni ciclo cosmicoterrestre, solitamente accompagnato da catastrofi planetarie. Per questo eressero costruzioni talmente imponenti da resistere al peggiore dei cataclismi, monumenti nelle cui proporzioni matematiche e allineamenti astronomici, era contenuto un messaggio che, in questo modo, sarebbe sopravvissuto al trascorrere dei secoli.

Comunque l’enigma sull’esistenza dei libri di Thot è, per ora, destinato a rimanere tale anche perché,anticamente, la conoscenza veniva trasmessa verbalmente.

Leggi l’articolo su Sapere di tutto un po’

Horus – dio Horus, “Perfezione, Bellezza, Meraviglia, Splendore”.

Horus:dio del cielo, della luce e della bontà.

Horus è il nome greco del dio egizio HOR, una delle divinità più antiche dell’Egitto, la cui forma originale era quella di un falcone. Era un dio solare, considerato la manifestazione del re da vivo così come Osiride rappresentava il sovrano defunto. Antiche iscrizioni raffigurano Horus con le ali distese come a voler proteggere tutti i re della nazione.


Un’altra forma molto popolare era Horus figlio di Iside il quale, deciso a vendicare la morte di Osiride, riuscì a conquistare la vittoria finale nonostante la perdita di un occhio in combattimento.
Una leggenda egiziana diceva che “Seth, il dio del male, aveva strappato a Horus l’occhio sinistro e glielo aveva ridotto in pezzi, ma Thot riuscì a ricomporlo”.
Thot, è il nome greco dato alla divinità egizia che insegnò agli uomini la scrittura, la magia e la scienza.
Il Thot egizio veniva rappresentato in sembianza di ibis, un gruppo di uccelli caratterizzati da un lungo collo curvo, da cui la denominazione di dio-ibis o anche “iB-is”.
Gli antichi egizi usavano le parti del simbolo dell’Occhio di Horus per descrivere le frazioni.
Il disegno, posto sopra a destra, mostra quale frazione indica ogni parte dell’occhio di Horus (quello a sinistra) che compare in molte raffigurazioni ideografiche di reperti dell’antico Egitto. E’ possibile avere altre frazioni combinando queste parti, ad esempio 3/4 corrisponde alla parte dell’occhio che mostra metà più un quarto. Evidentemente le frazioni ottenibili così sono solo alcune (ad esempio non si può ottenere 1/3). Ma, come si vede nel paragrafo sulle frazioni, quelle indicate nell’occhio di Horus sono quelle utilizzate per le divisioni.
Un occhio intero rappresentava l’unità, ma…..Non avete notato nulla di strano?
Se provate a sommare tutti i pezzi, vedrete che si ottiene 63/64 e non 64/64! Manca all’appello 1/64!
Anche in questo caso, però, gli egiziani ci hanno dato una spiegazione: ” l’1/64 mancante sarebbe comparso grazie a una magia di Thot.”
Tutto ciò esprime (in maniera certo molto suggestiva) che in generale nell’eseguire una divisione non importava andare oltre la approssimazione del risultato esatto per 1/64. [vedasi Le frazioni egiziane]

Alla ricerca della frazione 1/64 che manca

Questa spiegazione sembra soddisfacente per chi si accontenta dell’approssimazione, ma incuriosisce non poco cosa ci potrebbe essere dietro la magia di Thot, forse uno stratagemma di copertura.
Per cominciare si potrebbe pensare in modo pratico che le concezioni artimetiche suddette, essendo relative ad un certo insieme di parti dell’occhio in osservazione, forse, coinvolgendo un altro insieme se ne trova la parte che manca, ovvero la frazione 1/64, in discussione. E qui lo studente curioso, e più di lui lo scienziato, che è sempre preso per trovare la spiegazione per ogni enigma scientifico, si chiedono come fare per scovare il supposto insieme che manca. Lo scienziato è persuaso che nulla si crea e nulla si distrugge, secondo il principio della fisica, trattandosi in definitiva di un occhio, un organo fisico soggetto, appunto, alle leggi fisiche. Di qui è l’equazione della conservazione dell’energia che ha bisogno di sapere assolutamente sul misterioso 1/64 mancante di Horus. Né potrà risultare buona per un matematico che si rispetti la spiegazione lasciateci dagli antichi egizi, sopra citata, ossia : ” l’1/64 mancante sarebbe comparso grazie a una magia di Thot.”
Mette sulla strada della ricerca dell’insieme, o degli insiemi mancanti, la “teoria dei tipi” concepita da Russel e Whitehead, due personaggi che hanno dato contributi fondamentali alla formazione della logica moderna.
Essi ci hanno spiegato bene con la loro “teoria dei tipi” come si formano e quindi come si possono evitare degli “strani anelli” che, collegando e confondendo la concretezza, per esempio, dei suddetti ragionamenti di una pura aritmetica sulle frazioni con la pretesa magia di Thot, finiscono per partorire pericolosi paradossi.
Basta creare infatti una gerarchia organizzatrice delle strutture matematiche e non solo matematiche per cui una struttura (l’insieme di tutti gli insiemi) non può appartenere a sé stessa in quanto è di un tipo superiore a quello degli oggetti che la costituiscono.
Ma il fatto di aver eluso il paradosso è solo un piccolo passo avanti, poiché occorre risalire all’insieme degli insieme ove si pensa di trovare la parte mancante, la frazione 1/64. E qui si esaurisce, purtroppo, il ragionamento matematico della logica di Russel e W..
Ora immaginando che gli antichi egizi dovevavo saperla lunga sull’aritmetica dell’occhio di Horus in stretta relazione con la magia di Thot, per cominciare, non resta che esaminare il bazar dei geroglifici egizi che ne son tanti. Però la ricerca non è difficile essendo limitata all’occhio di Horus, onnipresente un po’ ovunque tra i reperti archeologici dell’antico Egitto. Ci mette sulla giusta strada il fatto che l’insieme degli insiemi dell’occhio di Horus sinistro, debba per forza essere un geroglifico che comprende anche l’occhio destro.
E qui ora le cose si fanno semplici perché c’è l’imbarazzo della scelta. Ma l’attenzione non può che essere rivolta ad un reperto archeologico in particolar modo, però ve ne sono altri simili. Si tratta della stele marmorea di Nebipusesostri risalente al regno di Amenemhet III, raffigurata di seguito. Su di essa si possono leggere le annotazioni sul culto di Osiride a Abido.

Come si vede nella figura, in alto sulla colonna di centro si nota con chiarezza il geroglifico che si sta cercando. E con gran soddisfazione, non senza meraviglia, si scopre qualcosa di nuovo posto fra i due occhi di Horus. Più da vicino riporto di seguito i dettagli che vi riguardano. Premetto che tutte queste cose sono state tratte dal libro edito da Giunti, «Come leggere i geroglifici» di Mark Collier e Bill Manley.

Non c’è bisogno di esaminare l’intimo significato recondito racchiuso in questi simboli che, peraltro, sembra trasparire stimando esatta l’interpretazione relativa data dagli autori del libro citato (quella accanto ai simboli sopra raffigurati). Perciò il ragionamento sarà limitato alla possibile spiegazione che può portare alla risoluzione dell’incognita numerica pari a 1/64.
Semplice, a questo punto, per immaginare che quei tre piccoli simboli posti in basso sotto i due occhi in causa, potendoli tradurre in frazioni, diano la risposta alla presunta magia di Thot. Infatti se poniamo 1/128 (la metà di 1/64) al posto di ognuno dei due simboli esterni e 1/64 (che è la loro somma) a quello centrale, ci troviamo di fronte a una terna di valori che potremo stimare appartenente ad un terzo insieme, la cui somma è 2 volte 1/64. Giusto 1/64 per ogni occhio.
Ed ecco che l’equazione dei tre insiemi si azzera senza lasciare nulla in sospeso.
Ma c’è anche la metafora che vi riguarda, poiché ognuno di quei tre simboli, a detta degli autori del libro da cui li ho tratti, si riferiscono al cuore e trachea. Ovvero vedendoli, appunto secondo il “cuore”, e non secondo la mente, ci compare davanti agli occhi la suggestiva visione di tre lacrime (raccolte in tre piccole ampolle) che sgorgano dagli occhi del dio Horus: gioia e dolore congiunti, non senza il segno della croce della sofferenza, al limite del martirio. Ecco che si manifestano gli attributi del dio Horus, “Perfezione, Bellezza, Meraviglia, Splendore”.
Ma ai fini del sapere, dunque, questo cosa comporta, visto che esso, in termini di frazioni, è stato tratto dai suoi occhi?
Mi sovviene un fatto che riguarda il funzionario egizio Ptahlotep, che quattro millenni e mezzo or sono, chiedendo a Thot, patrono della sapienza, consigli utili da trasmettere al faraone, si sentì ispirare queste parole che pensò bene di preservare mettendole per iscritto (su papiro con inchiostro di bacche):«Ti dice la maestà di questo dio: insegnagli prima di tutto a parlare in modo da esser di modello ai migliori tra i sudditi: Entri in lui il rispetto di chi gli dispensa il conoscere. Nessuno è nato sapiente».

La profezia di Thot

La buona matematica, la matematica veramente utile, non è quella che ci permette di fare bene i conti. La matematica fine a sé stessa non giova al progresso dell’uomo, anzi lo inaridisce nell’animo, disgregando in lui il sentimento che lo affratella ai suoi simili. E poi la matematica per il fatto di riconoscerla magica e perciò piacevole, proprio per questo è come se ci esortasse ad entrare nel suo mondo per svelare le cose della vita che si presentano adombrate ed irrisolvibili con la ragione pratica.
Tant’è che lo scienziato ha un suo peculiare modo di accettare l’incerto e farne tesoro.
Il defunto scienziato Richard Feynman, Nobel per la fisica, nel suo libro «Il senso delle cose» tratteggia la natura dello scienziato moderno con le seguenti parole:
«Molti si stupiscono che nel mondo scientifico si dia così poca importanza al prestigio o alle motivazioni di chi illustra una certa idea. La si ascolta, e sembra qualcosa che valga la pena di verificare – nel senso che è un’idea diversa, e non banalmente in contrasto con qualche risultato precedente – allora si che diventa divertente. Che importa quanto ha studiato quel tizio, o perchè vuole essere ascoltato. In questo senso non ha nessuna differenza da dove vengano le idee. La loro origine vera è sconosciuta. La chiamano “immaginazione”, “creatività” (in realtà non sconosciuta, è solo un’altra cosa come l’“abbrivio”).
Stranamente molti non credono che nella scienza ci sia posto per la fantasia. E’ una fantasia di un tipo speciale, diversa da quella dell’artista. Il difficile è cercare di immaginare qualcosa che a nessuno è mai venuto in mente, che sia in accordo in ogni dettaglio con quanto già si conosce, ma sia diverso; e sia inoltre ben definito, e non una vaga affermazione. Non è niente facile.».
L’“abbrivio”, cui si riferisce Feynmann, è cominciare a muoversi con certo impulso onde acquisire l’inerzia necessaria e così procedere per sviluppare nuove concezioni sulla base delle idee sorgive ritenute interessanti. Come dire – traslando il concetto all’insegnamento scolastico –, dare l’abbrivio all’immaginazione dello giovane studente, per esempio. Ma ora torniamo al tema su Horus.
Interessante la mia ipotesi sugli “occhi di Horus”, ma la cosa finisce qui se dopo poco non ci rimane nulla per avvalercene, avendo trascurato ciò che, magari, resta impigliato di prezioso tra i suoi “rami” dell’“albero della scienza”.
Il gioco dei numeri di questo fatto curioso della matematica antica – di certo – è servito come attrattiva per il bambino in noi (il bambino ha sempre la precedenza perché sia sempre sereno e interessato a modo suo alla vita), ma molto spesso si trascura di essere anche maturi – quanto basta – per pensare da adulti, cosa che non guasta se si è ancora giovani.
Ma vengo al motivo di questo approfondimento sul mio scritto su Horus. Motivo che riguarda una nuova domanda che ci si dovrebbe porre, riflettendo sulla magia risolutrice di Thot, il dio della sapienza, per risanare l’occhio ferito da Seth, dio del male. E se Thot non ha mentito, non resta che supporre, tanto per cominciare, che egli si proneva di stimolare il pensiero riflessivo, oltre che collaudarlo all’esercizio della memoria.
Riflettere su che cosa, dunque?
Ebbene, occorre credere che nelle piccole “capanne”, come questa che ospita le frazioni celate negli occhi del dio Horus, preferisce dimorare – prediligendo, appunto, la modestia e la riservatezza – , una grande rivelazione che vale un immenso tesoro. Nientemeno che la profezia dell’avvento di un figlio di Horus, meglio: un dio anche lui ma incarnato in un essere umano. E guarda meraviglioso caso si avvale di “tre re magi”, come fu per Gesù di Betlemme.
Infatti soffermandoci sulle tre ampolline a mo’ di lacrime che sgorgano dagli occhi di Horus, contenente i suoi doni con l’uomo, “perfezione, bellezza, meraviglia e splendore”, non ci viene da accettare che siano una sorta di tre re magi, per il fatto che si tratta veramente della magia di Thot.
Ma cosa vediamo nel complesso degli occhi di Horus? Vediamo il suo occhio destro, il sano, che resta suo, mentre l’altro, l’imperfetto, è destinato all’uomo. Ed è in questa differenza che si rivela la natura dell’annunciata magia di Thot.
Si tratta del cuore in comune tra Horus e l’uomo, ossia della sede preferita dal dio come trono umano e della trachea il mezzo per rivelare la sua sapienza, il verbo. Di qui il passo è breve per intuire il senso della profezia di Thot che si riferisce ad un poter “vedere” e “parlare” chiaramente senza falsità da parte dell’uomo, di là a venire, naturalmente.
Perciò 1/64, alla luce di questa incredibile antica previsione, dal sapore di magia, starebbe ad indicare qualcosa che dovrà “giungere dal cielo” di un dio per rigenerare negli uomini il senso unitario smarrito. Unitarietà da riferirsi alla soluzione scientifica sull’equazione della conservazione dell’energia e in modo traslato alla fratellanza degli uomini.
Ma se è per affratellarli, occorre riconoscere in Gesù Cristo, figlio di Dio e dell’uomo, questo mirabile scopo pienamente raggiunto, però immolando sé stesso. In più la missione di Gesù non riguarda cose della scienza, ed in particolare della matematica, visto che la magia di Thot sembra invece avervi a che fare.
Ecco ora un’altro paradosso (poiché si tratta del paganesino relativo ad Horus e del cristianesimo di Gesù Cristo), che si aggiunge a quello argomentato sull’occhio sinistro leso di Horus, che aspetta di essere risolto, ma come? Ricorrendo ancora ad un altro eventuale insieme degli insiemi, ossia di quelli del paganesimo e cristianesimo con tanti altri insiemi comprendenti religioni, ideologie ed altro relativi ai due suddetti insiemi?
Forse, ora sto andando troppo veloce, facendo balenare cose che non è dato ancora di capire, essendo racchiuse nel mistero del futuro. Tuttavia non possiamo evitare di riflettere sull’oggi in cui tutto è dato di sentire, capire e parlare, come se effettivamente, sia sopraggiunto dal quel “cielo” in precedenza argomentato, immaginiamo anche di Horus, il giusto “abbrivio” per vederci in modo meno offuscato di ieri. Resta solo la cosa che conta però ancora da inforcare, il senso unitario per unire, per affratellare, non solo col cuore ma anche con la mente.
Sembra inverosimile questo “abbrivio” che ho argomentato fin qui, vero? Però se indaghiamo sulla “culla” di questa mia supposta incredibile profezia, ovvero il popolo egizio, non ci meraviglieremo che ciò sia possibile.
Si sono sentite dire cose meravigliose sulla cultura dell’antico Egitto, specialmente per la raffinata arte terapeutica che si fondava sull’analogia dei colori o di forma fra l’organo ammalato e una pianta o altro oggetto dotato di influenze benefiche, l’ingestione di formule magiche scritte o di immagini sacre. Cinquemila anni fa, in Egitto, si praticava la cauterizzazione, si amputavano arti, si contenevano fratture, si operava la cataratta, non senza una farmacopea sorprendentemente vasta. Una scienza medica di tutto rispetto, ma attraverso empirismo, ritualismo e magia, che si prendevano cura dell’antico uomo egizio, fino ad accompagnarlo nell’aldilà con formole che gli consentiva di “approdare oltre i territori del deserto occidentale”.
Con una simile prospettiva, di “rudimentali” strumezzi e mezzi operativi, fa meraviglia costatare che, in ogni modo, si siano ottenuti i sorprendenti risultati terapeutici sopra elencati, stando alla tesimonianza dei numerosi ritrovamenti archeologici. Senza trascurare il lato umano di questa mitica civiltà che li vedeva proiettati verso un sacrale interesse per l’uomo. Un interesse non solo per gli uomini illustri, tra faraoni e principesse quali rappresentanti divini sulla terra, ma anche per i diseredati e gli umili. Senza dubbio, è il loro concetto di solidarietà e rispetto, nei confronti dei poveri ed emarginati, che si rivela attraverso gli abbondanti reperti grafologici e che costituiesce la ragione ultima di una modernità che li rende assolutamente immortali. Alla luce di ciò, sorge forte l’idea di considerare l’antica civiltà egizia precorritrice del Cristianesimo. Non è a caso quindi il prepararsi nel tempo del popolo ebraico (attraverso Mosè, un ebreo emblematicamente allevato e preparato culturalmente alla corte reale egizia) presso gli antichi egizi, se pure in stato di schiavitù.

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Il segreto di Thot

’Udjat e l’enigma dell’Hequat (Occhio per occhio)

di Alessandro Orlandi

Gli antichi egizi raffiguravano le frazioni dell’Hequat, l’unità fondamentale per la misura della capacità (utilizzata per cereali, agrumi o liquidi) con le sei parti dell’Udjat, l’occhio di Horus, figlio di Iside e Osiride.

Ad ogni parte dell’Udjat corrispondeva una frazione che aveva come numeratore 1 e come denominatore una potenza di 2. L’Udjat recava anche inferiormente due tratti colorati, caratteristici del falco pellegrino, animale sacro ad Horus.

Narrava la leggenda che dalla luce presa alla luna (1/72 della luce lunare vinto durante una partita a dadi con la luna stessa) Thot, l’Hermes degli egiziani che insegnò loro linguaggio, scrittura, scienze ed arti magiche, dio dalla testa di ibis, fabbricò cinque figli, partoriti da Nut, dea del cielo.

I cinque figli erano Osiride, Haroeris, Seth, Iside e Neftis, che rappresentavano i cinque giorni aggiunti all’ultimo mese dell’anno, che era diviso in 12 mesi da 30 giorni ciascuno (12 x 30 = 360).

Tra Osiride, che divenne il primo sovrano d’Egitto e Seth, dalla testa d’asino, malvagio e crudele, vi fu sin dall’inizio un odio implacabile.

Per combattere Osiride Seth radunò 72 complici, fabbricò un cofano tempestato di pietre preziose che aveva esattamente le misure del fratello e lo convinse con l’inganno ad entrarvi, avendo promesso di regalarlo a colui che fosse riuscito a riempirlo perfettamente col suo corpo. Quindi sigillò il baule con del piombo fuso.

Iside, sorella e moglie di Osiride, tentò invano di liberare il dio, ma Seth smembrò il corpo di Osiride in 14 pezzi (i 14 giorni che impiega la luna a passare da piena a nuova o viceversa, perdendo o acquistando 14 frazioni della sua luce), che vennero dispersi nel Nilo. Cominciò allora una lunga ricerca durante la quale la dea, aiutata da Thot, da Anubis, il dio dalla testa di sciacallo, e da un pesciolino del Nilo, l’ossirinco, recuperò 13 dei quattordici pezzi del corpo di Osiride, fatta eccezione per il membro virile che, divorato da tre pesci, restò nelle acque del Nilo rendendole feconde. Il membro virile di Osiride venne rimpiazzato da un fallo ligneo.

Iside concepì dal suo sposo Osiride un figlio postumo, Horus, che venne cresciuto in segreto e a cui fu insegnato che avrebbe dovuto vendicarsi di Seth.

Quando Horus fu cresciuto si scontrò ripetutamente con Seth. Durante uno di questi duelli Seth cavò un occhio ad Horus e lo smembrò in sei pezzi, spargendoli per la terra d’Egitto. Queste sei parti erano le sei parti dell’Udjat ed, anche, le sei frazioni dell’Hequat.

Horus si vendicò di Seth evirandolo (evidentemente un vizio di famiglia) ed in seguito fu fatto re dell’Egitto, mentre Seth divenne il dio del Male.

Il tribunale divino incaricò allora Thot di riunire le parti dell’occhio di Horus (ossia di ottenere l’intero Hequat) assegnando a ciascuna parte la frazione dell’intero che le competeva.

I maestri scribi dell’antico Egitto rispondevano a chi faceva loro notare che la somma delle frazioni era 1/2 + 1/4 + 1/8 + 1/16 + 1/32 + 1/64 = 63/64 che Thot avrebbe dato ai suoi protetti il 64esimo mancante. L’insegnamento nascosto in questo enigma diviene più intelligibile se si visualizzano le frazioni dell’hequat su una scacchiera che, come è noto, è costituita da 64 scacchi bianchi e neri.

Prendere dunque 1/2 + 1/4 + 1/8 + 1/16 + 1/32 di scacchiera significa lasciare liberi solo due scacchi (evidentemente, per come gli scacchi sono disposti, uno bianco e uno nero). Prendere ancora 1/64 significa operare una scelta tra lo scacco bianco e il nero. Ma allora ci si ritrova di fronte alla situazione iniziale, anche se in scala ridotta. L’unico scacco rimasto, infatti, riproduce esso stesso la scacchiera in miniatura.

Passando quindi alla potenza di due successiva, 1/128 = 1/2 x 1/64 si ricomincia da capo la suddivisione 1/2 + 1/4 + 1/8 + 1/16 + 1/32 + 1/64 nella nuova scacchiera, il che condurrà ad una nuova scacchiera ancor più piccola, e cosi via all’infinito.

Dal punto di vista del moderno calcolo infinitesimale la questione è risolta e la soluzione dell’enigma si presenta come ricerca del limite della somma delle prime n potenze di 1/2 con n che tende all’infinito e tale limite vale proprio 1.

Il segreto che Thot confidava agli iniziati permetteva loro di ricostruire l’intero Hequat e, quindi, l’intero occhio di Horus, leggendo così, attraverso l’Hudjat, l’unità del cosmo.

L’enigma doveva probabilmente essere svelato quando si trattava di scegliere l’ultimo 64esimo, ossia al momento della scelta tra lo scacco bianco e quello nero e la soluzione evitava di prolungare all’infinito la suddivisione.

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