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L’occhio di Horus, il falco che vola più in alto di tutti gli uccelli, è – oltre che simbolo del risveglio e della risalita – anche segno e sinonimo di fierezza, di intemeratezza.

L’iniziato, introdotto nell’Insegnamento, è colui che penetra nei misteri del centro (iniziatico) di Ermopolis; egli ora ha la consacrazione datagli dalla conoscenza (Thot ha posato il suo suggello sul mio capo); egli è il cavaliere che ha conquistato il Graal, è l’alchimista che ha compiuto l’Opera.

Questo Graal conquistato, questa Opera alchemica compiuta, questa Conoscenza e risveglio ottenuti sono chiamati “occhio di Horus”, essendo Horus, come sappiamo, il dio della testa di falco, figlio di Osiride che ha vendicato il padre, uccidendo Seth (che aveva ucciso Osiride, facendone a pezzi il corpo e spargendo questi pezzi nel mondo, simbolo questo, a sua volta, nella molteplicità delle cose del mondo materiale) e così ha riconquistato il trono paterno, lo stato di Uno. Quindi l‘occhio di Horus, il falco che vola più in alto di tutti gli uccelli, è – oltre che simbolo del risveglio e della risalita – anche segno e sinonimo di fierezza, di intemeratezza.

Così è l’Iniziato. Questo suo stato acquisito, questa sua conoscenza lo proteggono possenti (perché lui ora “sa”), nulla può essergli fatto, niente lo può toccare: né le sofferenze del corpo (perchè egli sa che il corpo non è lui, lui è altro, è spirito), né le traversie della vita (perchè egli sa che ciò che lo attornia è illusione,è transeunte, è maya), né la morte (perché egli sa che questa è solo passaggio ad altro stato di coscienza e che egli, come spirito, è immortale). Quale protezione, quale corazza mi-gliore possono esservi!

Dunque, questo “occhio di Horus liberato” è quello stesso che splende sulla fronte di Ra, il re degli dei. La conoscenza dell’Iniziato è infatti, in ultima analisi, la Coscienza universale del Tutto; essa (con essa egli) trascende il dualismo e si identifica, si immedesima nel Tutto.

Come si vede, sono sempre gli stessi concetti che si ripetono nei diversi insegnamenti segreti; e anche il Libro dei morti egizi, naturalmente con le sue parole, con i suoi miti, con la sua veste culturale dice le stesse cose: come Realtà suprema esiste solo la coscienza dell’Essere, l’Uno ed a questo si deve tendere, superando l’illusione della molteplicità e l’attaccamento all’individualismo e alla propria vita separata. Cioè, “uccidendo Seth”.

Conscio di questo l’Iniziato, con questa “conoscenza” (che nel defunto diviene chiarità interiore, splendore lunare, lo splendore di Thot, disco lunare – esulta e grida: “Io sono Osiride, sono spirito come è spirito la divinità; risiedo nell’Amenti, nel campo dei beati, nell’eterna esistenza del Tutto cosciente; e se non esistessi io spirito risvegliato, se non esistessi . se non esistessero gli uomini risvegliati – non esisterebbe neanche Osiride (lo spirito che, ucciso e gettato nella molteplicità, ha conosciuto l’ora nefasta).

Perciò io Spirito sono Râ; io stesso spirito sono nel Tutto, sono nell’Uno e non perirò per l’eternità, perchè la Coscienza Universale, di cui sono parte. esisterà sempre”.

Quindi, al culmine dell’esaltazione per questa consapevolezza e chiarità sulla questa propria regalità, l’Iniziato si rivolge a se stesso – al proprio spirito – e si dice: “Alzati dunque, mostrati in tutta la tua grandezza o Horus risuscitato, o uomo rinato con il battesimo della conoscenza. Gli stessi dei – le divinità che hanno perso quell’Uno che tu hai ritrovato – hanno riconosciuto i tuoi attributi regali, la tua qualità e il tuo diritto di figlio del Re”.

Estratto da ricercapsichica

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L’occhio della Fenice – Umberto Capotummino

Nel Libro dei Morti degli antichi Egizi, l’Occhio della Fenice è il simbolo della congiunzione del sole con la luna all’interno delle rivoluzioni lunisolari alle quali gli antichi sacerdoti consacravano il magico uccello. Splendente sull’asse del Polo, associata alle piene del Nilo, la Fenice evoca i cicli della rinascita e l’immortalità dello spirito.

Il segreto del suo potere sta nella facoltà d’illuminare il ritorno degli astri sulle loro orbite, al levarsi della stella Sothis (Sirio), sulle acque del Nilo con l’aurora solare. Il dono del suo occhio conferisce, a chi ne conosca il segreto, la visione del destino futuro. Nell’esoterismo cinese, la Fenice è chiamata Fenghuang, il suo nome implica l’unione dell’uccello maschio, feng, con l’uccello femmina, huang; essa splende sull’antico polo celeste o, posata sull’albero Wutong, è coordinata in terra alle fioriture stagionali.

I due mondi, cinese ed egizio, teorizzano entrambi un circuito del cuore, nel quale i cicli di rinnovamento dei cieli si fondono con il destino dell’iniziato che sa decifrarne la pulsazione, intesa come numero, le cui potenze sono depositate nei segreti di più tradizioni orientali, esaminate nel presente testo.

Nella tradizione cinese, la fenice egizia è chiamata Fenghuang, nome che implica l’unione dell’uccello maschio, feng, con il corrispettivo femminile, huang. La sua metamorfosi dipende dal fuoco ed è collegata al ritorno periodico degli equinozi e dei solstizi, sugli assi portanti del cosmo, nei modelli numerologici dell’I-Ching o Libro dei mutamenti. I due mondi -quello cinese e quello egizio – per dirla con Capotummino. Decifrato l’ordinamento degli esagrammi tramandato nel Libro dei mutamenti dal re Wenn, le potenze del numero sono presentate in una sequenza elaborata al computer e che è in grado di fornire ai lettori più consapevoli l’accesso all’ordine delle formule del Libro dei morti degli Antichi Egizi ed alla relativa rubrica divinatoria. Questa iniziazione – conclude Capotummino – offre la concreta possibilità di attivare un “positivo schiudersi di forze a chi voglia rinnovare il proprio o altrui destino”. In ultima analisi in ogni essere umano esiste una fenice che può ridestarsi ed innalzarlo rendendolo eguale agli Dei nella propria radianza personale.

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